Da una sfida personale a un progetto collettivo: nasce ThehandYcapped

La disabilità non è il problema. Il problema è non vederla, non rappresentarla, non raccontarla. Da questa consapevolezza nasce ThehandYcapped, il progetto di Silvio Binca che unisce inclusione, creatività e innovazione per cambiare le regole del gioco — davvero.
Un’associazione no-profit. Un videogioco inclusivo. Una visione che parla ai bambini, alle famiglie e alle aziende.
Sostenere questo progetto significa diventare parte di un cambiamento concreto, etico e duraturo. Perché l’inclusione non è beneficenza: è visione!

Alessandra D’Amato: Silvio, hai solo 26 anni ma hai già fondato un’associazione così strutturata. Da dove nasce ThehandYcapped, prima ancora che come progetto, come bisogno personale?

Silvio Binca: ThehandYcapped nasce prima di tutto da una necessità. Non tanto per la mia condizione fisica, ma per il modo in cui la disabilità viene raccontata: o invisibile, o pietosa, o eroica in modo forzato. Io non mi sono mai riconosciuto in nessuna di queste narrazioni. Sentivo il bisogno di vedere rappresentata una disabilità più reale, quotidiana, normale. Da lì è nato il desiderio di creare qualcosa che parlasse anche a chi la disabilità non la vive, usando linguaggi che non respingono ma includono.

Alessandra D’Amato: Convivere con una malattia genetica rara come la desminopatia comporta sfide enormi. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi trasformare questa condizione in qualcosa di utile anche per gli altri?

Silvio Binca: Non c’è stato un singolo momento “epico”. È stato più un accumulo. Vedi che cresci, che perdi autonomie, che il mondo intorno a te va avanti come se nulla fosse, e capisci che puoi scegliere: chiuderti o trasformare quella fatica in qualcosa che abbia senso anche per altri. A un certo punto ho capito che, se io dovevo convivere con questa malattia, allora almeno poteva servire a cambiare qualcosa, anche in piccolo. Non per essere un esempio, ma per essere utile.

Alessandra D’Amato: ThehandYcapped usa un linguaggio molto diverso dal solito: ironico, creativo, mai pietistico. Perché era così importante per te cambiare completamente il modo di comunicare l’inclusione?

Silvio Binca: Perché il pietismo allontana. Fa sentire a disagio chi ascolta e sminuisce chi viene raccontato. L’ironia, invece, è un linguaggio potentissimo: abbassa le difese, crea empatia, rende le cose digeribili senza banalizzarle. Io vivo la disabilità tutti i giorni, non ho bisogno che qualcuno mi compatisca. Ho bisogno che mi capisca. E per capirci serve un linguaggio nuovo, più onesto e anche più intelligente.

Alessandra D’Amato: Avete già realizzato libri da colorare inclusivi, eventi, workshop e costruito una community. Che tipo di reazione avete visto nei bambini, nelle famiglie e nelle scuole?

Silvio Binca: La cosa più bella è la naturalezza dei bambini. Non fanno domande imbarazzate, non hanno filtri. Vedono un personaggio in sedia a rotelle e lo accettano subito come parte del gioco. Sono spesso gli adulti ad avere più difficoltà. Le famiglie e le scuole ci dicono che finalmente trovano materiali che permettono di parlare di disabilità senza renderla “pesante”. Questo, per me, è già un enorme successo.

Alessandra D’Amato: Uno dei progetti più ambiziosi è ThehandYcapped Game. Un videogioco arcade con personaggi in sedia a rotelle: come nasce questa idea così potente e innovativa?

Silvio Binca: Nasce da una domanda molto semplice: perché nei videogiochi non esistono personaggi come me? Il gaming è uno dei linguaggi più potenti al mondo, soprattutto per le nuove generazioni. Se normalizzi qualcosa nel gioco, la normalizzi anche nella testa delle persone. L’idea è stata: prendiamo un formato familiare, divertente e accessibile, l’arcade, e inseriamoci una rappresentazione nuova, senza fare prediche. In sintesi, mi è sembrato lo strumento migliore per arrivare alle persone e per dare spazio a un tema così importante, ma comunque con leggerezza.

Alessandra D’Amato: Il gioco non vuole “insegnare”, ma far vivere un’esperienza. Perché, secondo te, il gioco può essere uno strumento di sensibilizzazione più efficace di mille discorsi?

Silvio Binca: Perché il gioco non ti dice cosa pensare, ti fa vivere qualcosa. Quando giochi, provi frustrazione, soddisfazione, limiti, strategie. Se vivi un ostacolo in prima persona, anche virtualmente, lo capisci molto più a fondo di qualsiasi spiegazione teorica. Il gioco crea empatia senza forzarla e, soprattutto, ti dimentichi della difficoltà: non ci sono vantaggi o svantaggi che fanno la differenza tra chi ha disabilità e chi no.

Alessandra D’Amato: Nel gioco si parlerà anche di barriere architettoniche. Quanto è importante far comprendere questi ostacoli attraverso l’esperienza diretta, anche virtuale?

Silvio Binca: È fondamentale. Le barriere architettoniche spesso non vengono nemmeno viste da chi non le vive. Nel gioco diventano parte del gameplay: scale, dislivelli, percorsi alternativi. Non come “problema sociale”, ma come elemento concreto. Solo così ci si rende conto che non è la disabilità il limite, ma l’ambiente.

Alessandra D’Amato: L’obiettivo è far uscire un primo prototipo in concomitanza con le Paralimpiadi. Che valore simbolico ha per te questo traguardo?

Silvio Binca: Ha un valore enorme. Le Paralimpiadi sono uno dei pochi momenti in cui la disabilità entra davvero nell’immaginario collettivo. Uscire con un prototipo in quel periodo significa dire: l’inclusione non è solo sport, è cultura, tecnologia, quotidianità. È un modo per agganciarsi a un momento simbolico e trasformarlo in qualcosa di duraturo.

Alessandra D’Amato: Oltre all’impatto sociale, il progetto punta anche a sostenere la ricerca medica sulle malattie genetiche rare. Perché questo aspetto è così centrale per te?

Silvio Binca: Perché, avendo la desminopatia, una malattia genetica rara, vivo sulla mia pelle cosa significa avere poche cure, pochi fondi, poca attenzione. La ricerca è l’unica vera speranza sul lungo periodo. Se un progetto culturale e creativo può anche aiutare la ricerca, allora diventa doppiamente potente. Non voglio solo sensibilizzare, voglio contribuire a migliorare concretamente la vita delle persone.

Alessandra D’Amato: Oggi siete un ETS regolarmente registrato e le donazioni sono fiscalmente detraibili. Quanto è importante per voi coinvolgere aziende e imprenditori sensibili?

Silvio Binca: È fondamentale. Non solo per una questione economica, ma di visione del futuro. Le aziende oggi hanno un ruolo culturale enorme. Sostenere nel tempo, in modo continuativo, un’associazione come ThehandYcapped e i suoi progetti significa prendere posizione, dire: crediamo in un futuro migliore, più inclusivo, non per moda o per visibilità, ma per scelta.

Alessandra D’Amato: Se un imprenditore decidesse di sostenervi, che tipo di valore umano, etico e culturale entrerebbe a far parte della sua azienda?

Silvio Binca: Entrerebbe una narrazione diversa: più autentica, più responsabile. Non parliamo di beneficenza, ma di investimento e interesse culturale. Un’azienda che sostiene ThehandYcapped comunica apertura, intelligenza sociale, capacità di guardare oltre il profitto immediato.

Alessandra D’Amato: In questo momento storico, di cosa avete più bisogno per fare davvero il salto di qualità?

Silvio Binca: Di visibilità, alleanze, fondi e fiducia. Le idee ci sono, l’energia anche. Quello che serve è una rete di persone e realtà che credano nel progetto e ci aiutino a strutturarlo meglio, per fargli avere la luce che merita.

Alessandra D’Amato: Quando parli di “alleati”, non intendi solo donatori. Chi sono, per te, gli alleati ideali di ThehandYcapped?

Silvio Binca: Sono persone curiose, aperte, che non hanno paura di mettersi in discussione. Imprenditori, creativi, educatori, sviluppatori, comunicatori, media. Chiunque voglia contribuire non solo con soldi, ma con competenze, idee e connessioni.

Alessandra D’Amato: Se chi ci sta ascoltando potesse fare anche solo un piccolo gesto oggi — una donazione, una condivisione, un contatto — quanto potrebbe fare la differenza?

Silvio Binca: Enormemente. I progetti come il nostro crescono per accumulo di piccoli gesti. Una condivisione può portare la persona giusta, una donazione può sbloccare una fase di sviluppo. Nessun gesto è davvero piccolo.

Alessandra D’Amato: Guardando al futuro, come sogni ThehandYcapped tra cinque anni?

Silvio Binca: Lo sogno come un punto di riferimento. Un ecosistema inclusivo e autofinanziante, capace di sostenersi nel tempo senza dipendere solo da donazioni occasionali.
Un ecosistema che permetta di portare avanti progetti nelle scuole e online — come libri, videogiochi, contenuti educativi e strumenti digitali — e, allo stesso tempo, generare risorse reali da reinvestire nella ricerca medica, nella sensibilizzazione e nello sviluppo di nuovi progetti.
L’obiettivo è fare in modo che ThehandYcapped non sia solo un’idea bella, ma un sistema concreto che faccia davvero la differenza, in modo continuativo e misurabile.

Alessandra D’Amato: E infine, Silvio, se dovessi lasciare un messaggio diretto a chi ci ascolta — come persona prima ancora che come presidente dell’associazione — quale sarebbe?

Silvio Binca: Che l’inclusione non è un favore che si fa a qualcuno, ma un modo migliore di stare al mondo. E che ognuno, davvero, può fare la sua parte. Anche partendo da una storia imperfetta come la mia.
In più, ci tengo ad aggiungere che bisogna muovere il culo e darsi da fare, indipendentemente dalla situazione: è quello che sto facendo io e penso che chiunque potrebbe stare meglio se davvero facesse del suo meglio.

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