Quando anche il Venture Capital decide che l’unione fa la forza: l’operazione Prana Ventures – P101

Ogni ecosistema, ad un certo punto, smette di celebrare la propria giovinezza e inizia, finalmente, a comportarsi da adulto. Per il venture capital italiano, quel momento potrebbe essere arrivato.

Per anni abbiamo raccontato un mercato fatto di fondi agili, founder visionari, capitali ancora troppo prudenti e una parola – “ecosistema”, appunto – utilizzata con una frequenza tale da meritare ormai una pensione anticipata. Oggi, però, la notizia non riguarda l’ennesimo round record né la startup che promette di rivoluzionare il mondo grazie all’intelligenza artificiale. Riguarda chi quelle rivoluzioni decide di finanziarle.

L’integrazione di PranaVentures in P101 SGR rappresenta la prima operazione di consolidamento del venture capital italiano. Non è semplicemente una fusione tra due operatori: è l’incontro tra due visioni complementari che raccontano l’evoluzione di un intero settore. Da una parte Andrea Di Camillo, founder e Managing Partner di P101, tra i pionieri del venture capital italiano e protagonista della costruzione di una piattaforma capace di attrarre investitori istituzionali e accompagnare le startup nelle fasi di crescita internazionale. Dall’altra Lisa Di Sevo, founder di PranaVentures, che ha costruito un modello di operational venture capital fondato sulla vicinanza ai founder, sul supporto operativo e sulla convinzione che, soprattutto nelle prime fasi di vita di un’impresa, il capitale sia necessario ma non sufficiente.

Dietro questa operazione c’è molto più di un cambio di assetto societario. C’è un cambio di paradigma.

Il venture capital europeo sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Il capitale tende a concentrarsi, gli investitori istituzionali sono sempre più selettivi e la dimensione è diventata un fattore competitivo.

Con oltre 600 milioni di euro già raccolti – destinati a diventare 700 con il lancio del fondo seed Prana101 – nasce un operatore capace di seguire una startup dall’idea iniziale fino ai round di scale-up internazionale. Un passaggio tutt’altro che scontato in un Paese dove, troppo spesso, il percorso dell’innovazione è stato costellato di interruzioni: ottime idee, primi investimenti, qualche successo, poi la necessità di cercare all’estero competenze e capitali per continuare a crescere.

La vera novità, tuttavia, non è soltanto la scala. È la costruzione di una filiera completa dell’investimento.

P101 porta in dote una piattaforma consolidata, esperienza nei round successivi, capacità di follow-on, relazioni internazionali e una credibilità costruita in oltre dodici anni di attività. PranaVentures aggiunge un approccio profondamente operativo, fatto di affiancamento quotidiano agli imprenditori, supporto nelle aree tecnologiche, finanziarie e di go-to-market e una specializzazione nella fase seed che rappresenta oggi uno degli snodi più delicati per la nascita di nuove imprese innovative.

È l’incontro tra due modi diversi, ma sempre più complementari, di interpretare il mestiere del venture capitalist: da una parte chi costruisce piattaforme di investimento solide e istituzionali, dall’altra chi lavora quasi come un co-founder aggiunto. Se l’integrazione manterrà ciò che promette, il risultato potrebbe essere un modello nuovo anche nel panorama europeo.

Il tempismo, del resto, non è casuale.

L’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente il modo in cui nascono le startup. Come osserva Lisa Di Sevo, oggi costruire un’azienda tecnologica richiede molto meno capitale rispetto a pochi anni fa, mentre la velocità di esecuzione è aumentata in maniera esponenziale. Se questo scenario continuerà a consolidarsi, il valore di un fondo non sarà più misurato soltanto dalla dimensione degli assegni che può firmare, ma dalla qualità del supporto che saprà offrire agli imprenditori.

Non basta più investire. Occorre contribuire a costruire aziende.

Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’operazione. Meno finanza intesa come semplice disponibilità di capitale, più industria dell’innovazione. Meno investitori che osservano dai board meeting, più partner che accompagnano la crescita quotidiana delle imprese.

Anche l’ambizione dichiarata da Andrea Di Camillo di portare nel tempo P101 oltre il miliardo di euro di asset under management va letta in questa prospettiva. Non è soltanto un obiettivo dimensionale: è la volontà di costruire un operatore italiano capace di competere stabilmente con i principali fondi europei, mantenendo però quella prossimità ai founder che rappresenta il patrimonio costruito da PranaVentures.

Naturalmente nessuna operazione, per quanto significativa, risolve da sola le fragilità strutturali del nostro ecosistema. Servono più capitali istituzionali, un mercato delle exit più liquido, una maggiore propensione al rischio e una cultura dell’innovazione che non si esaurisca nei convegni. Ma ogni settore raggiunge un momento in cui la domanda non è più quanti fondi esistano, bensì quanto siano capaci di competere, collaborare e accompagnare davvero la crescita delle imprese.

Forse il venture capital italiano è entrato proprio in questa fase.

E, in fondo, è un segnale incoraggiante. Perché quando anche chi investe decide di crescere facendo sistema, significa che il settore ha smesso di inseguire la maturità e ha iniziato, finalmente, a praticarla.

Con quella sobrietà che, ogni tanto, vale molto più dell’ennesimo annuncio della startup destinata – immancabilmente – a cambiare il mondo entro il prossimo trimestre.

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