I primi ministeri a salire a bordo del cloud nazionale
Dalla Giustizia alla Difesa, dall’Interno alla Presidenza del consiglio. Via alle prime amministrazioni pubbliche centrali sul Polo strategico nazionale. Ma più di metà dei fondi da usare per la migrazione non sono stati chiesti
Parte il primo trasloco della pubblica amministrazione sul cloud di Stato. E a migrare i propri dati sui data center gestiti dal Polo strategico nazionale (Psn), la società di scopo nata per guidare la partita, sono quaranta pesi massimi tra gli uffici pubblici. Tra questi, come apprende Wired, la Presidenza del consiglio dei ministri. O ministeri come la Difesa, la Giustizia, quello dell’Interno e del Turismo. E ancora, il dicastero dell’Università e della ricerca e quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Sono solo alcuni dei nomi che Wired ha potuto ricostruire, perché nella comunicazione ufficiale del Dipartimento per la trasformazione digitale di Palazzo Chigi, al timone della Strategia cloud nazionale, non si fa menzione dei 40 interessati.
I ministeri fanno da apripista di un processo di migrazione che vedrà, in successione, l’arrivo delle aziende sanitarie locali, degli ospedali e dei principali enti territoriali, come Regioni e città metropolitane. I tempi sono serrati per trasferire dati critici in mano agli uffici pubblici sull’infrastruttura cloud realizzata da una cordata di cui fanno parte Tim, Leonardo, Sogei (la società informatica dello Stato) e Cdp Equity (braccio di Cassa depositi e prestiti, la cassaforte del risparmio postale). E rispettare così gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che sul digitale piazza un investimento di oltre un miliardo.
Soldi avanzati
Alessio Butti, sottosegretario con delega all’Innovazione tecnologica in quota Fratelli d’Italia, ha definito “importante” l’adesione delle pubbliche amministrazioni centrali, segno che “il sistema Paese è pronto per compiere un cambio di passo chiave nella gestione dei dati e dei servizi pubblici. Continueremo a lavorare al fianco del Psn per potenziare le amministrazioni italiane con tecnologie cloud innovative, semplificando la vita di cittadini e imprese attraverso servizi digitali più moderni e sicuri. Le amministrazioni che hanno inviato la richiesta di partecipazione potranno usufruire di 157 milioni di euro per migrare in cloud i propri sistemi, applicazioni e dati sull’infrastruttura del Polo strategico nazionale, in linea con quanto previsto dal Pnrr”.
Quel che Butti non menziona è il fatto che il bando per questa prima tranche di enti pubblici, aperto il 10 febbraio, è stato chiuso il 19 maggio, con una proroga di quasi un mese rispetto alla prima scadenza del 28 aprile. Un posticipo non casuale. Perché l’altra informazione che non viene ricordata è che sul piatto l’avviso metteva 373 milioni di euro. Più della metà, insomma, non è stata assegnata. Il che significa molti uffici centrali, che si possono muovere anche a livello di dipartimento o direzione generale, non hanno fatto pervenire per tempo i loro progetti. O non hanno preso in considerazione l’offerta del cloud nazionale.
I prossimi step
E se fanno fatica a sentire le sirene del Psn i ministeri e gli enti pubblici centrali, che stanno a Roma, a stretto contatto con il governo, figurarsi cosa faranno quelli locali. Il 30 giugno si chiude il bando per asl e ospedali e al momento su 300 milioni stanziati, 182,2 sono ancora disponibili. Secondo gli obiettivi della strategia cloud nazionale, c’è un primo gruppo di 95 pubbliche amministrazioni centrali e 80 agenzie sanitarie locali da portare a bordo con urgenza perché gestiscono infrastrutture considerate insicure e critiche.
Le ragioni di questo rallentamento possono essere tante. Da un lato i ministeri sono disorientati dalle varie scadenze del Pnrr che devono rispettare, sia come titolari dei progetti sia in favore degli altri enti pubblici che se ne dovranno occupare. Dall’altra c’è la linea stessa di Butti, che negli ultimi mesi ha riabilitato il ruolo delle società in-house delle Regioni, come Aria in Lombardia, Csi in Piemonte e Lazio Crea in Lazio, quest’ultima al centro dell’attacco informatico dell’estate del 2021. Tutte queste aziende informatiche pubbliche sono riunite nell’associazione di categoria Assinter, alla quale Butti ha prospettato un ruolo nel Psn.
C’è da dire che la strategia cloud nazionale non obbliga ad andare sul Psn. Gli enti pubblici potranno decidere di spostare tutto sul cloud nazionale, di rivolgersi ad altre infrastrutture che rispettano i requisiti di cybersecurity o di fare fifty-fifty.
Questione di concorrenza
Altro elemento della discordia è il ruolo dei giganti del cloud. Finora il Polo, che si basa su quattro data center ad Acilia e Pomezia nel Lazio, insieme a Rozzano e Santo Stefano Ticino in Lombardia, ha stretto alleanze con Google, Microsoft e Oracle. Aziende soggette al Cloud Act (secondo il quale Washington può pretendere che le sue aziende aprano i server per questioni di sicurezza nazionale), da sempre motivo di frizione con l’Europa. Tant’è che a dicembre il Consorzio Italia cloud, che riunisce aziende nazionali del settore come Netalia, Seeweb, Sourcesense, Infordata, BabylonCloud e ConsorzioEht, ha dichiarato: “A preoccupare è anche il ruolo degli hyperscaler cloud coinvolti nel progetto del Polo strategico nazionale come fornitori di tecnologie, ruolo che potrebbe portare a un lockin dei dati una volta migrati”.
Proprio nelle scorse ore Netalia ha ricevuto dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza i riconoscimenti tecnici per gestire nei propri data center dati pubblici strategici (di competenza di difesa, forze armate e giustizia) a quelli critici (su tutti, quelli sanitari), fino a tutti gli altri dati ordinari. Ossia la scansione di sicurezza delle informazioni che regola il processo di migrazioni. L’ad dell’azienda, Michele Zunino, insiste sul tema: “Tra i primi, e contro corrente, abbiamo sollevato il tema della sovranità dei dati nel contesto dell’interesse nazionale e la necessità di un impianto regolatorio che la proteggesse, accompagnando nella definizione di modelli operativi per la trasformazione digitale”.
Queste spinte tuttavia mettono a rischio il modello economico alla base del Psn,, perché viene a mancare l’elemento di scalabilità che genera ricavi per la cordata. E se non raggiunge gli obiettivi di uffici pubblici caricati sui suoi server, la commessa viene decurtata del 10%. Il Psn, d’altronde, è un investimento a lungo termine. La concessione dura 13 anni e i servizi agli enti pubblici devono essere coperti per 10. Il suo ad Emanuele Iannetti, già capo di Ericsson telecomunicazioni, tiene duro. Nella nota di annuncio dei primi quaranta enti a bordo afferma che “i risultati conseguiti grazie a questo primo avviso segnano una ulteriore tappa del percorso intrapreso da Psn nell’ambito della strategia cloud Italia definita dal governo. Polo strategico nazionale continuerà ad affiancare le pa centrali, locali e le aziende sanitarie con l’obiettivo di traguardare le milestone previste dal Pnrr”.
Riproduzione da https://www.wired.it/article/cloud-nazionale-polo-strategico-ministeri/
