COLTIVARE VEGETALI NELLO SPAZIO, NELLA START UP GENOVESE ANCHE IL PRIMO ASTRONAUTA ITALIANO FRANCO MALERBA

Coltivare vegetali nello spazio con una serra che si adatta alla crescita delle piante. Il progetto è firmato da Space V, start-up e spin-off dell’università di Genova. Molto più di un’idea perché la giovane azienda è stata selezionata per l’investimento e il programma Tech Transfer di Galaxia, il Polo Nazionale di Trasferimento Tecnologico per l’aerospazio, nato su iniziativa del Fondo Tech Transfer di Cdp Venture Capital insieme a Obloo Ventures.

Tra i soci fondatori della start up genovese ci sono anche Franco Malerba, primo astronauta italiano e laureato all’ateneo genovese in Ingegneria Elettronica, e Patrizia Bagnerini, docente di Analisi numerica al Dime, il Dipartimento di ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti. La proposta nasce in un contesto nazionale per così dire “fertile”. L’Italia è infatti pioniera nell’approccio commerciale al volo spaziale abitato, con la missione organizzata dall’Aeronautica Militare e dall’Asi-Agenzia spaziale italiana per il volo di Walter Villadei sulla stazione spaziale internazionale, tramite Axiom Space, una società statunitense attiva nell’ambito della space economy che pianifica, fra l’altro, nuove residenze spaziali acquisendo moduli di carico come i Cygnus, veicoli da rifornimento automatizzato.

In questa prospettiva di “abitare” presto lo spazio, e addirittura di colonizzare stabilmente la Luna con lo sviluppo del Programma Artemis promosso dalla Nasa e dai suoi partner, l’alimentazione degli astronauti, basata anche sul consumo di vegetali freschi, è divenuta un tema di grande interesse. Sono queste le premesse all’iniziativa messa a punto dalla start up genovese Space V (dove V sta per vegetables) che propone per la coltivazione nello spazio la realizzazione di una serra brevettata chiamata Adaptive Vertical Farm (AVF), in grado di adattare il volume disponibile per le piante in base al loro livello di crescita.

Una serra “adattiva”, che si sviluppa in verticale, con ripiani ad altezze fisse che accolgono le coltivazioni, dal seme alla raccolta, e che adatta il volume disponibile per ogni pianta in base al suo livello di crescita: un sistema meccatronico per il movimento automatico dei ripiani di coltivazione, gestito con algoritmi di Intelligenza Artificiale attraverso un Decision Support System (Dss).

Secondo lo studio condotto dall’università di Genova, «la resa produttiva di una serra adattiva aumenta del 108% rispetto a una serra verticale tradizionale, con un notevole risparmio energetico e lo sfruttamento quasi totale del volume disponibile. Se anche la parte della serra che contiene il substrato dell’apparato radicale fosse adattiva, il guadagno di resa potrebbe aumentare fino al 135%».

Riproduzione la Repubblica

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