IL FUTURO, QUESTA VOLTA, E’ CROCCANTE: IL GRUPPO LOACKER LANCIA IL SUO PRIMO PROGRAMMA DI CORPORATE VENTURE CAPITAL

Quando un’azienda con più di cent’anni di storia decide di investire nelle startup, la domanda non è se sia diventata improvvisamente una venture capital. È perché ha capito che, per restare rilevanti, ogni tanto bisogna avere il coraggio di cambiare tavolo.

La notizia: Loacker ha deciso di destinare un milione di euro l’anno alle startup attraverso il nuovo programma di Corporate Venture Capital del Loacker Investment Office. Una cifra che, nel grande circo globale del venture capital, non farà tremare i polsi a nessuno. Ma che racconta qualcosa di più interessante del suo peso assoluto: racconta una direzione.

E la direzione, in questo caso, è piuttosto chiara. Non aspettare che il mercato cambi per poi adeguarsi. Provare ad arrivare prima.

È una scelta meno banale di quanto sembri.

Perché il Corporate Venture Capital, quando funziona davvero, non è semplicemente il modo elegante con cui una grande azienda mette qualche fiches sul tavolo delle startup. È un esercizio di curiosità industriale. Significa ammettere che, là fuori, qualcuno potrebbe avere una tecnologia, un ingrediente, un modello di business o semplicemente un modo diverso di guardare a un problema che dentro l’azienda non è ancora stato risolto.

E questo, per un’impresa familiare con oltre un secolo di storia, è tutt’altro che scontato.

Loacker parte infatti da una posizione particolare: è contemporaneamente un marchio globale, un’azienda industriale e una realtà familiare. Ha alle spalle una lunga storia di prodotto e di mercato, ma deve confrontarsi con consumatori che cambiano rapidamente, nuove esigenze nutrizionali, pressioni sulla filiera, sostenibilità, tracciabilità e tecnologie che stanno trasformando il modo in cui si produce e si decide cosa produrre.

In altre parole: il wafer resta wafer. Il mondo intorno, decisamente meno.

Ed è qui che il CVC diventa interessante.

Lo scouting individuato da Loacker non sembra costruito per inseguire l’ultima moda tecnologica del momento. Le aree indicate sono piuttosto concrete: nuovi ingredienti naturali, alternative allo zucchero e ai derivati del latte, alimentazione più equilibrata, economia circolare, dati, tracciabilità, automazione e robotica applicate alla produzione e alla filiera agroalimentare.

Sono tutti temi nei quali l’innovazione non è un vezzo da innovation lab con pareti di vetro e post-it colorati. È una necessità industriale.

Prendiamo gli ingredienti. Il consumatore vuole sempre di più: gusto, texture, naturalità, meno zuccheri, meno calorie, meno allergeni, possibilmente tutto insieme e senza percepire il minimo sacrificio. Una richiesta che, detta così, sembra quasi il brief di un cliente particolarmente esigente.

Ma è esattamente qui che entrano in gioco le startup.

Loacker ha già individuato due primi tasselli del portafoglio. Dr. Taste lavora su una piattaforma predittiva che combina dati neuroscientifici, sensoriali e di mercato per aiutare l’industria alimentare a capire e anticipare la risposta dei consumatori. Endless Food Co., invece, sviluppa ingredienti alternativi al cioccolato valorizzando sottoprodotti alimentari.

Due esempi che dicono molto della logica dell’operazione: da una parte capire meglio cosa desidererà il consumatore, dall’altra capire come produrlo in modo diverso.

È, in fondo, la vecchia regola del capitalismo industriale con un aggiornamento piuttosto contemporaneo: ascoltare il cliente e sprecare meno risorse. Solo che oggi per farlo servono neuroscienze, dati, biotecnologie e una discreta quantità di tecnologia.

Il punto più interessante, però, è forse un altro.

Loacker dice esplicitamente di voler essere un investitore strategico, non soltanto finanziario. E qui si gioca la vera partita.

Per una startup, infatti, il denaro è indispensabile ma raramente sufficiente. A un certo punto servono clienti, competenze industriali, accesso ai mercati, capacità produttiva, conoscenza delle normative, filiere, dati, test su larga scala. Tutte cose che una giovane azienda può impiegare anni a costruire.

Una corporate può, almeno in teoria, accorciare quella distanza.

Naturalmente “in teoria” è la parola da sottolineare. Perché la storia del Corporate Venture Capital è piena di aziende che hanno investito nelle startup salvo poi scoprire che startup e corporate parlano lingue apparentemente compatibili ma con fusi orari completamente diversi.

La startup vuole decidere ieri. La corporate convoca un tavolo.

La startup vuole testare. La corporate vuole una presentazione.

La startup considera un pivot una normale giornata di lavoro. La corporate tende a preferire che le cose restino esattamente dove erano state messe nel budget.

Good luck, everyone.

Per questo il vero valore del programma Loacker non si misurerà soltanto nel numero di investimenti effettuati o nelle valutazioni delle partecipate. Si misurerà nella capacità di trasformare quegli investimenti in apprendimento industriale.

Una startup che non diventa un fornitore, un partner, una tecnologia adottata o un nuovo modello di business può comunque avere valore se permette alla corporate di capire prima degli altri dove sta andando il mercato.

Ed è probabilmente questa la scommessa più interessante.

Loacker non sembra cercare startup da mettere in vetrina. Cerca competenze e tecnologie che possano entrare in relazione con le proprie attività: dalla produzione di wafer e specialità al cioccolato alle materie prime, dalla filiera agroalimentare alla valorizzazione dei sottoprodotti.

È una strategia di innovazione che parte quindi dal business, non dall’innovazione per l’innovazione.

E questa distinzione conta.

Perché in un momento in cui ogni azienda sembra avere un innovation hub, un acceleratore, un programma di open innovation e almeno una parete con la scritta Think outside the box, la vera domanda resta sempre la stessa: che cosa succede lunedì mattina?

Se una tecnologia resta in una demo, è una demo.

Se diventa un processo industriale, un prodotto migliore, una filiera più efficiente o una nuova fonte di ricavi, allora è innovazione.

Il milione di euro annuo annunciato da Loacker va dunque letto meno come un budget finanziario e più come un biglietto d’ingresso in nuovi territori.

Territori nei quali non è detto che l’azienda abbia tutte le risposte. E forse è proprio questo il punto.

Dopo oltre cento anni di storia, la forza di un’impresa familiare non sta necessariamente nel sapere già cosa accadrà. Sta nel potersi permettere di guardare abbastanza lontano da investire oggi in qualcosa che potrebbe diventare importante domani.

Loacker lo sintetizza parlando di responsabilità, visione di lungo periodo e capacità di costruire il futuro.

Sono parole che rischiano facilmente di diventare linguaggio da comunicato stampa. Ma in questo caso hanno un elemento concreto a sostenerle: capitale, criteri di selezione, aree di scouting e i primi investimenti già effettuati.

Ora arriva la parte difficile.

Capire quali di queste scommesse diventeranno business. Quali resteranno esperimenti. Quali porteranno tecnologia, quali nuovi prodotti e quali, magari, semplicemente una lezione preziosa.

Perché investire in startup significa anche accettare una verità che le aziende industriali conoscono bene, anche se non sempre amano ricordarsene: non tutte le cose che si seminano diventano raccolti.

E va bene così.

Il venture capital, del resto, non è una fabbrica di certezze. È una macchina per comprare opzioni sul futuro.

Loacker sembra aver deciso di comprarne qualcuna.

Con una differenza non irrilevante: invece di limitarsi a osservare il futuro da lontano, vuole provare a costruirci dentro una posizione.

E se tutto questo funzionerà, tra qualche anno potremmo scoprire che dietro un wafer più buono, un ingrediente più sostenibile o una filiera più intelligente non c’è soltanto una nuova tecnologia.

C’è stata una startup.

E, soprattutto, qualcuno in una stanza di Auna di Sotto che ha pensato che valeva la pena ascoltarla.

Il futuro, a quanto pare, non sarà soltanto da prevedere. Che bontà!

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