Ohana Means Family (Even on Wi-Fi): L’utopia digitale delle famiglie, tra abbracci virtuali e like che sanno di biscotti fatti in casa – di Alessandra D’Amato Editor in Chief Startup Magazine
C’è un detto che mi piace particolarmente, tanto antico quanto universale: “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino.” Eppure, nelle metropoli affollate e nei super loft dove il frigorifero con dispenser d’acqua ha più voce in capitolo di una nonna calabrese, il villaggio sembra essersi perso. Sparito. Smaterializzato. È rimasto solo il microonde. O Alexa, se vi va bene.
In questo clima da isolamento connesso, tra una call su Zoom e una crisi esistenziale al supermercato nel reparto pappe, nasce Ohana – The Family Circle, la prima piattaforma digitale italiana che prova a ricostruire quel villaggio ma con la fibra ottica al posto delle siepi e i gruppi WhatsApp al posto delle chiacchiere sul pianerottolo.
Ohana – sì, proprio come nel film della Disney in cui gli alieni imparano che nessuno viene lasciato indietro – è un progetto che ha il sapore dolce-amaro di quei biscotti un po’ bruciacchiati che si fanno con i bambini la domenica pomeriggio. Una piattaforma per famiglie, fondata da Maria Paola Carlucci, che offre uno spazio per condividere esperienze, problemi, gioie e – perché no – qualche consiglio su svezzamenti e pannolini lavabili.
L’idea è semplice: costruire legami! Fare in modo che le mamme e i papà non si sentano più soli a gestire tutto, dagli incubi notturni alle tabelline, passando per le crisi adolescenziali ma possano contare su una community digitale che supporta, ascolta e magari fa pure una battuta su quanto sia cambiato il concetto di “tempo libero” (spoiler: non esiste più!).
Viviamo in un’epoca curiosa, a metà tra l’iperconnessione e la solitudine cronica. Siamo capaci di ordinare sushi alle tre del mattino ma non conosciamo il cognome del vicino del terzo piano. La pandemia ha solo accelerato questo paradosso: ci ha intrappolato dentro casa, abbiamo scorso difetti mai visti prima e quindi l’abbiamo resa ancora più inglobante – magari ristrutturata grazie a Pinterest e a un architetto con la sindrome dell’open space – ma ci ha lasciati fuori dalle relazioni autentiche.
Ohana nasce proprio da questa frattura: dalla constatazione che siamo animali sociali intrappolati in calendari Google. La tecnologia non è più (solo) uno strumento, è diventata l’ambiente in cui respiriamo affetti, identità e connessioni. È il nostro nuovo cortile. Il problema è che, a forza di digitalizzare la vicinanza, rischiamo di dimenticare come si da un abbraccio vero.
Alienazione 2.0: benvenuti nella social mania
L’antropologa inventata dentro di me, si chiede se tutto questo non abbia un retrogusto inquietante. I social media, lo sappiamo, sono nati per connettere ma troppo spesso diventano il contrario: specchi deformanti che ci restituiscono un’immagine idealizzata, ritoccata, filtreggiata (sì, ho appena coniato un verbo) della realtà. Ohana ha il merito di provare a invertire questa tendenza: niente filtri, solo storie vere. Anche quelle con i pannolini esplosi in macchina.
Ma attenzione: piattaforma non è villaggio. È un inizio, non una fine! Perché anche se possiamo trovare conforto in uno scambio su Telegram o in un post sul forum delle mamme stanche, il rischio è di sostituire l’incontro con il ping, la chiacchiera con la notifica.
Come direbbe il filosofo Byung-Chul Han che, sospetto, non abbia mai provato a calmare un bambino di tre anni con un iPad scarico, la società digitale ci ha trasformati in soggetti iper-performanti, in cerca costante di riconoscimento. Un like alla volta. Una condivisione alla volta. Ma un algoritmo non potrà mai sapere quando hai davvero bisogno di una spalla su cui piangere. O di un’amica che ti dica: “Tranquilla, oggi li metto io i bambini davanti a Peppa Pig”.
Il lato B (come Bambini, Benessere, Burocrazia)
Il mio lavoro è fatto di pitch, Excel e salvaslip mentali ma se alzo un attimo lo sguardo non posso ignorare la parte “seria” della faccenda. Le implicazioni psicologiche, sociali e anche legali dell’uso – e abuso – delle piattaforme digitali sono enormi.
Viviamo in un far west normativo dove il GDPR cerca di metterci una pezza mentre le aziende tech progettano app con design addictivo, ovvero fatte apposta per tenerti lì, scroll dopo scroll, come se stessi cercando il Santo Graal tra le stories. E se l’utente medio adulto ci casca, immaginiamoci un tredicenne con l’autostima ballerina.
La startup Ohana, per fortuna, va in una direzione diversa: costruisce una community fondata sul supporto, non sulla dipendenza. Su relazioni vere, anche se digitali. Su tempo condiviso, non consumato. Ma serve consapevolezza. E anche qualche regola in più.
Nel mondo ideale, ogni famiglia avrebbe accanto una zia premurosa, un amico pronto con il Tupperware e un parco giochi a 5 minuti a piedi. Ma visto che il mondo ideale è in ferie da decenni, ben venga Ohana. È un ponte. Un esperimento. Una mano tesa con uno smartphone.
Non sostituirà mai il villaggio. Ma forse, per chi si sente perso, può essere il primo passo per ritrovarlo. O per costruirne uno nuovo. Sempre un like alla volta, certo. Ma anche una risata, un consiglio, un “ci sono anch’io”.
E in un’epoca in cui siamo sempre connessi ma disconnessi, trovare qualcuno che ci ascolta, che capisce cosa significa essere genitori senza rete (Wi-Fi a parte), è già un piccolo miracolo.
Digitale, sì. Ma pur sempre umano.
Torno a mettere il rossetto da redazione, pronta per la prossima incursione di video call, pitch e brillanti paradossi digitali, perché l’umanità in beta test è la mia passione!!!

Alessandra D’Amato
Editor in Chief Startup Magazine

