Innovazione in Italia: il vero limite non è il capitale, ma la nascita dei progetti.

Le evidenze emergono dall’articolo sul trasferimento tecnologico firmato da Fulvio Miraglia, Responsabile InnovationLAB di Bugnion, e Roberto Tiezzi, Direttore Direzione Innovazione e Valorizzazione delle Conoscenze dell’Università degli Studi di Milano.

Milano, 12 maggio 2026 — L’Italia produce ricerca scientifica di alto livello e dispone oggi di strumenti finanziari sempre più avanzati per sostenere l’innovazione. Eppure, il passaggio dalla ricerca al mercato continua a mostrare un limite strutturale: non mancano i capitali, ma progetti maturi, strutturati e pronti ad attrarre investimenti nelle fasi iniziali del trasferimento tecnologico.

È quanto emerge dall’articolo “Oltre lo scouting: una proposta per ripensare le fasi iniziali del trasferimento tecnologico”, firmato da Fulvio Miraglia, Responsabile InnovationLAB di Bugnion S.p.A., società di consulenza in proprietà intellettuale e valorizzazione strategica dell’innovazione, e Roberto Tiezzi, Direttore Direzione Innovazione e Valorizzazione delle Conoscenze dell’Università degli Studi di Milano. Il contributo propone di superare il tradizionale approccio di scouting per adottare un modello più proattivo: la technology activation.

Secondo l’analisi, negli ultimi anni il trasferimento tecnologico è stato rafforzato attraverso strumenti come Proof of Concept (PoC), potenziamento degli Uffici di Trasferimento Tecnologico (TTO) e crescita dei fondi di Venture Capital. Tuttavia, questi interventi agiscono spesso su ciò che è già emerso, senza contribuire in modo sufficiente alla costruzione di una pipeline stabile di opportunità. I Proof of Concept rischiano così di restare interventi puntuali, i TTO operano spesso su progetti già avanzati e i capitali disponibili faticano a trovare un numero adeguato di iniziative mature e attrattive. Il nodo critico riguarda quindi le primissime fasi del processo. Oggi lo scouting tecnologico viene spesso inteso come attività di intercettazione: il ricercatore segnala un’invenzione, il TTO ne valuta la brevettabilità e, se necessario, si procede. Un modello apparentemente efficiente, ma limitante, perché lascia invisibili molti risultati di ricerca non ancora formalizzati o non riconosciuti come applicabili. In questo modo, lo scouting funziona più come filtro che come motore, selezionando ciò che esiste già ma contribuendo poco a generare nuove opportunità.

Da qui la proposta di passare dallo scouting alla technology activation, un approccio che considera le opportunità tecnologiche non come elementi da intercettare, ma come risultati da costruire attraverso un processo intenzionale e multidisciplinare, capace di integrare ricerca, competenze IP, visione di mercato e contributi intersettoriali. L’obiettivo non è solo selezionare i progetti migliori, ma generarne abbastanza da costruire una massa critica e una pipeline solida.

L’efficacia di questo modello trova riscontro nell’esperienza del programma Seed4Innovation dell’Università degli Studi di Milano, che negli ultimi cinque anni ha registrato +30% di brevetti e +110% di spin-off, con 3 milioni di euro investiti in grant universitari e 3 milioni di euro raccolti da Venture Capital. Dati che, secondo gli autori, dimostrano come l’attivazione sistematica delle fasi iniziali possa aumentare la qualità dei progetti e migliorarne l’attrattività verso investitori e partner industriali.

L’articolo evidenzia, inoltre, come queste criticità trovino conferma anche nelle più recenti linee guida strategiche nazionali, che sottolineano la necessità di superare la frammentazione delle attività di identificazione delle tecnologie emergenti e di costruire una rete coordinata di sviluppo dell’innovazione.

Fulvio Miraglia, Responsabile InnovationLAB Bugnion S.p.A., commenta: “Il vero cambiamento non riguarda solo gli strumenti disponibili, ma il modo in cui concepiamo l’origine dell’innovazione. Le opportunità tecnologiche non emergono spontaneamente: devono essere costruite attraverso processi strutturati e competenze integrate.”

Roberto Tiezzi, Direttore Direzione Innovazione e Valorizzazione delle Conoscenze dell’Università degli Studi di Milano, aggiunge: “L’esperienza maturata negli ultimi anni dimostra che l’attivazione sistematica delle prime fasi del trasferimento tecnologico è determinante per aumentare il numero e la qualità dei progetti, creando un ponte concreto tra ricerca e mercato.”

Ripensare le fasi iniziali del trasferimento tecnologico non significa solo migliorare un processo, ma intervenire nel punto in cui si decide la capacità dell’Italia di trasformare la ricerca in impresa, innovazione e competitività. È lì che si gioca la possibilità di dare scala reale al potenziale scientifico del Paese.

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