CYBER GRANT, LA STARTUP CHE TUTELA IL DIRITTO D’AUTORE GRAZIE ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Tecniche di spionaggio militare per rendere l’IA etica. Se si dovesse riassumere con un titolo il core business di Cyber Grant, startup di San Francisco con anima italiana, il titolo sarebbe decisamente questo. Un’azienda che nasce intorno a un brevetto italiano di un sistema di criptazione e decriptazione applicabile a qualsiasi contenuto condivisibile su qualsiasi tipo di piattaforma e potenzialità di utilizzo. In sostanza con questa tecnologia si offre una concreta garanzia di poter beneficiare del diritto d’autore, sempre più facilmente violato nell’era di Internet e alla massima potenza con lo sviluppo delle intelligenze artificiali.
La tecnologia è stata lanciata sul mercato statunitense con il nome di Filegrant: a metterla a punto è stato Valerio Pastore, salernitano quarantacinquenne, nato come hacker a servizio dell’esercito e che nel suo ampio cv vanta consulenze per la polizia di Shanghai e la fondazione di una società di sicurezza informatica, BooleBox, con l’investimento iniziale di Santo Versace. «Mi sono sempre occupato di cybersecurity e, in particolar modo, nella mia posizione imprenditoriale, ho sempre creato startup che mi permettessero di entrare sul mercato – dice al Corriere delle Sera Pastore – BooleBox è uno dei software utilizzato dalla Commissione Europea per la protezione dei dati. Oggi sono il primo inventore al mondo ad aver implementato la protezione contro ChatGPT con un brevetto prima italiano e poi internazionale». Uno dei tanti brevetti di Pastore, che parte sempre dall’Italia ma poi si sente in uno spazio troppo angusto e sceglie sempre di giocare nel mondo.
«Con Cyber Grant innanzitutto volevo stare laddove l’IA sta crescendo, accanto a Microsoft, Apple e a tutti i giganti della tecnologia», dice Pastore. «Per questo abbiamo scelto una sede nel cuore della Silicon Valley: per stare dove tutto accade e anche per avere maggior credibilità e apertura di credito, che a un hacker italiano non viene concessa così spontaneamente». Un hacker «buono», tiene a sottolineare, che ora vuole «democratizzare la protezione dei dati. Filegrant, oltre a essere per tutti, offre una protezione dei contenuti unica: blocca l’accesso alle informazioni alle intelligenze artificiali. Immaginiamo un articolo che viene catturato da Bing o ChatGPT: normalmente gli algoritmi lo leggono e possono riassumerlo e rielaborarlo, copiarlo in molti modi. Filegrant impedisce alle IA di leggere i contenuti».
La tecnologia, neanche a dirlo, si basa su «una cifratura dei dati di livello militare – spiega Pastore – Anche lo stream della persona che riceve il documento è sottoposto a un sistema di crittografia. Tutti i dati dietro questa tecnologia sono cifrati. Questo ci consente di fare un passo ulteriore, ovvero attribuire un prezzo al file: il mittente vende un file, lo «rende» un Filegrant con un’etichetta, una data certa, e il destinatario del documento deve solo inserire i dati della carta e pagare». Insomma, un meccanismo che oltre a proteggere i contenuti, con lo stesso meccanismo consente a chi li ha creati di farsi pagare subito senza avere un proprio e-commerce. «La tecnologia permetterà per esempio allo studente di farsi pagare gli appunti presi a lezione dai colleghi che li chiedono, alla beauty consultant di farsi remunerare subito per il test di creme e rossetti. O alla fashion stylist che può vendere workshop di Self Style senza avere un e-commerce e senza il rischio che vengano copiati», spiega Pastore.
Ma a chi serve Filegrant? «Al momento viene utilizzato, in Usa nel mondo social dai creator: audio, video, contenuti Pdf, testi, e altro, tutto viene trasformato in asset digitale e immediatamente protetto e valorizzato». Un concetto che in Italia fa ancora fatica a farsi strada: perché siamo abituati a essere inondati da contenuti gratuiti attraverso i vari Instagram e TikTok. Negli Usa il fenomeno è già esploso: «e lo stesso Elon Musk con le nuove policy di Twitter lo sta in qualche misura consolidando», precisa Pastore. «Perché si arrivi anche in Italia è solo questione di tempo: finora, piattaforme come Instagram e Facebook hanno fatto profitti grazie alla profilazione dei dati. Con l’avvento di Instagram, TikTok, Twitter e YouTube con abbonamenti per contenuti esclusivi, si è creato un mercato parallelo». Ovvero, almeno in Usa, i content creator stanno già utilizzando le piattaforme per distribuire contenuti immediatamente monetizzabili senza la loro intermediazione (oltre a Patreon e OnlyFans hanno predisposto modalità di remunerazione immediata anche IG con i Creator Shop, Snapchat con SpotLight e TikTok con FYP) e spostando la vendita degli stessi anche su canali paralleli e proprietari direttamente creati e gestiti da loro, inclusi semplici WhatsApp, il blog, eshop, email. Un settore che Goldman Sachs Deloitte, Oxford Economics e Adobe hanno già dimensionato: la «creator economy» vale 250 miliardi di dollari ed entro il 2027 potrebbe raddoppiare e raggiungere i 480 miliardi di dollari.
Esistono diversi strumenti che permettono ai creator di monetizzare la relazione con i propri follower: da quelli che regalano una mancia (buy me a coffe), a quelli che pagano la newsletter (Substack) a quelli che permettono la vendita di digital downolad o corsi di formazione (Povia, Gumroad, Converkit, sendowl). Però la vendita di questi asset sulle piattaforme ha ancora alcuni grandi limiti: non consente la protezione degli stessi da copie non autorizzate. Ed è chiaro che con Filegrant questo limite sarà superato. E consentirà di trasformare l’attività dei creator «in un vero e proprio lavoro, sostenibile e produttivo di reddito: il mio obiettivo democratizzare questa protezione e renderla disponibile a tutti». La tecnologia ha anche un potenziale che va oltre il suo utilizzo nell’ambito della creator economy. «Per esempio, nell’editoria – spiega Pastore – le case editrici potranno evitare il trasferimento di PDF all’infinito dopo che le opere sono state acquistate per la prima volta. Ma non solo. Aziende e professionisti che lavorano e maneggiano file riservati e sensibili (attraverso API), grazie a questa tecnologia non rischierebbero più copie o leak. In effetti stiamo riscontrando un interesse significativo da parte di editori importanti europei e internazionali che vogliono proporre i contenuti dei loro autori utilizzando la nostra tecnologia in white label».
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