Shahin Javidi, Ceo di BrandStories, incontrato al Forum della Comunicazione

Finalmente una visione positiva dell'economia italiana, uno sgardo entusiata sul mondo della comunicazione e le sue divertenti applicazioni lavorative e una ricetta per crescere: essere più coraggiosi e più veloci.
Superato il ventennio della lentezza, Shain Javidi, incontrato al Forum della Comunicazione Italiana tenutosi a Milano lo scorso 8 giugno, ci spiega come si può essere creativi, come si debba innovare sempre e quanto importante è farsi continuamente domande.
Ceo di BrandStories (la giovane ma già grande società che si occupa di narrazione d'impresa) e relatore in questo decimo Forum, Shahin ha concesso a StartUp Magazine questa intervista in esclusiva.

Sei stato Direttore Commerciale di laeffe e responsabile Branded Entertainment del gruppo Feltrinelli. Hai iniziato nell’ICT dove ha ricoperto varie posizioni nel sales&marketing, prima di un percorso internazionale che ti ha visto partecipare a tre startup: think3 (USA), Webraska (Francia) e Digital Bridges (UK). 
Cosa pensi, alla luce delle tue esperienze, dell’ecosistema Italia? Quali lampanti differenze puoi elencarci nel nostro sistema produttivo, imprenditoriale, comunicativo?

Credo che l'economia italiana stia vivendo un momento molto positivo. Anche FMI ha appena alzato di +0,5% le proprie stime di crescita del PIL italiano per il 2017. Sembra proprio che ci siano le condizioni per una ripresa. Però, riuscire a sfruttare queste condizioni positive e mettere in atto una vera inversione di tendenza, dipende molto dai comportamenti di tutti noi. Perché ho la sensazione che un ventennio fatto di scarsa crescita, quando non di vera recessione, abbia portato a una generale accettazione della “lentezza". Lentezza a prendere decisioni e lentezza a metterle in atto. Il terrore di sbagliare è diventato così forte da far venire meno la voglia di sperimentare e la determinazione a ottenere risultati. Si è portati a procrastinare le scelte. Molti manager si sono trasformati in raffinati analizzatori di alternative, da sottoporre alla decisione dei superiori, oppure da utilizzare per giustificare, ex-post, le mancate decisioni.

Se vogliamo davvero uscire dal ventennio lento e innestare la marcia della crescita, dobbiamo essere più coraggiosi e più veloci.   

Ritieni che la corsa italiana verso l’innovazione sia clamorosamente in ritardo sull’Europa e sul mondo? O ancora possiamo recuperare il gap? Riesci a darci 3 ragioni?

Dipende da cosa intendiamo per innovazione. Non credo che l’Italia sia così in ritardo in tutti i settori. Il fatto è che il mondo sta rapidamente cambiando. Stiamo passando da una situazione storica in cui 7-8 paesi più industrializzati detenevano la leadership assoluta in tutti i settori produttivi e nell’innovazione di questi, a una in cui il benessere, lo sviluppo economico e, quindi, la ricerca e l’innovazione, saranno sempre più diffusi. Non sarà più possibile, per un singolo paese come l’Italia, essere sulla leading edge dell’innovazione in tutti i campi. Ma ci sono specifici settori in cui l’Italia è – e resterà ancora a lungo – il punto di riferimento per tutto il mondo. Dovremmo essere bravi a riconoscere e valorizzare questi settori. E no, non penso solo all'agroalimentare, al turismo e alla moda: ci sono aziende italiane che sono considerate il punto di riferimento mondiale nelle nanotecnologie, nel biomedicale, nell’aerospaziale, nell’elettronica, nella produzione e gestione delle energie rinnovabili, nella robotica e… sicuramente sto dimenticando qualcosa. Con il mio lavoro ho la fortuna di conoscere molte di queste realtà ogni giorno. 
Credo che l’Italia debba darsi un piano credibile che parta dalla consapevolezza che ci sono settori in cui il gap da recuperare ce l’hanno gli altri paesi del mondo. E concentrare molte delle nostre risorse (in termini di formazione, di ricerca e sviluppo, di finanza e credito) su quei settori, affinché le realtà italiane che ne fanno parte possano crescere e espandersi nel mondo e consolidare rapidamente la propria leadership.
Ma anche in questo, dovremmo essere veloci e coraggiosi a prendere decisioni e a metterle in atto. Distribuire a pioggia le risorse (o addirittura, dedicare più risorse proprio ai settori in forte e irrecuperabile crisi strutturale) ci farà perdere altro terreno.

Parliamo di questo decimo Forum della Comunicazione che ha celebrato, finalmente, l’individuo. Nell’epoca delle sharing economy, circular economy, disruptive e digital economy -di cui si parla di continuo- forse passa in secondo piano la creative economy e l’essenza che ne è alla base: le idee. Cosa pensi di questo focus? In questo l’Italia riesce davvero ad essere ancora all’avanguardia?

Ho trovato molto interessanti i temi affrontati da questa edizione del Forum e le presentazioni dei vari relatori. Credo che le imprese italiane presenti abbiano dimostrato un elevato livello di innovazione. Già questo mi sembra un buon indice della vivacità italiana che trae la sua forza proprio dagli individui e dalle loro idee.

Quanto occorre essere creativi nel tuo ruolo? Quale è la vera benzina della creatività?

Ho sempre pensato che la parola “creatività” sia un po' misleading, perché fa pensare a un processo quasi divino di creazione dal nulla, che non è quello che facciamo noi, comuni mortali. Noi scopriamo, trasformiamo, colleghiamo, mescoliamo e ricombiniamo delle cose, per inventarne delle altre. Questo è il nostro modo di essere creativi e la sua benzina è la curiosità. Essere creativi per me vuol dire essere curiosi e interessati. Osservare, ascoltare, farsi milioni di domande e mettere via tutto. Prima o poi scattano delle nuove connessioni. E, a volte, sono connessioni fortunate, dalle quali prendono origine nuove idee e nascono progetti di successo. 


Fai il lavoro dei sogni di molti giovani studiosi di comunicazione. Cosa ti senti di consigliare loro per superare i momenti di sconforto? Hai un aforisma alla “stay hungry stay foolish”?

Non ho nulla di così figo e memorabile, come la frase di Steve Jobs. Lui era unico. 
Ma se dovessi dare un consiglio ai giovani, direi loro di essere coraggiosi. Di non avere paura di sbagliare. Certo, chi prende decisioni può sbagliare e gli errori si pagano. Ma dagli errori si impara anche molto.

Brandstories vanta clienti prestigiosi e progetti affascinanti. In un inquinamento globale di immagini e parole, come riesci a raggiungere sempre tali livelli di emotional engagment? C’è una ricetta universale per conquistare una community?
 

Non abbiamo una vera “ricetta” ma ci sono sicuramente due ingredienti importanti che utilizziamo e rispettiamo sempre. 
Il primo è l’immedesimazione. Fare branded entertainment vuol dire costruire contenuti che siano percepiti come rilevanti e interessanti dal pubblico e, allo stesso tempo, siano affini al brand (o al prodotto, o all’organizzazione) committente. Ci immedesimiamo nella parte del pubblico e ci domandiamo se quel contenuto lo guarderemmo noi stessi, se lo troveremmo interessante, se ci metteremmo il like, se lo condivideremmo sul nostro profilo. E lo facciamo senza farci sconti. Perché se una cosa non ci convince molto, non potrà mai convincere milioni di altre persone. 
E poi ci immedesimiamo nella parte del committente. Il che comincia da una profonda conoscenza delle sue sfide di business e dei suoi obiettivi di comunicazione. 
Il secondo ingrediente è la curiosità: è fondamentale avere sempre orecchie e occhi aperti a tutto ciò che succede nel mondo. Conoscere le tendenze per poterle anticipare. Sapere cosa è stato fatto e cosa viene fatto, per capire cosa può davvero essere attuale e innovativo allo stesso tempo.
 

– Come hai visto cambiare il tuo lavoro nell’era della digital disruption e della cosiddetta quarta rivoluzione industriale?
Il tuo interlocutore principale, le aziende, hanno modificato atteggiamenti e vision?

Ah, ma il mio lavoro esiste solo grazie a questi cambiamenti. Altrimenti non sarebbe stato neppure immaginabile. 
Prima c’era una netta distinzione di ruoli e di campi: da una parte i produttori e fornitori di contenuti di intrattenimento e di informazione per il pubblico, dall’altra parte le aziende e le organizzazioni le quali, senza invadere il “sacro" campo dei primi, sviluppavano frammenti di comunicazione (spot, inserzioni, placement) da “associare” a contenuti altrui.
Oggi, proprio grazie alle innovazioni tecnologiche e digitali e ai cambiamenti dei modelli industriali, tutte le asimmetrie e le barriere che giustificavano questa distinzione di campi e di ruoli, sono venute a mancare. I brand possono essere fornitori di intrattenimento e di informazione per il proprio pubblico, senza dover necessariamente associarsi a contenuti altrui. 
Molti brand hanno già comprese bene la forza di questo passaggio e ne sono diventati anticipatori e protagonisti.
brandstories è al loro fianco ed è al fianco di altre aziende e organizzazioni che vogliono adottare la stessa strategia.
 
Di Chiara Scovacricchi

 

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