E-commerce: in un’indagine firmata le tendenze e le opportunità del mercato europeo

Ormai l’e-commerce è una realtà consolidata, entrata fortemente a far parte della vita dei consumatori, soprattutto dei cosiddetti “millennials”. Proprio per questo motivo, però, periodicamente si avverte la necessità di fermarsi, di analizzare lo stato dell’arte e capire a che punto ci troviamo, sia in Italia che all’estero. Perché c’è ancora chi rimane indietro, ci sono stati che si trovano in posizione più arretrata rispetto ad altri e aziende che faticano a decollare on line, mentre altre sembrano aver trovato nel Web la propria miniera d’oro.

 

Per quanto riguarda l’Italia, dopo la pubblicazione, a novembre, dell’ultimo Rapporto sull’e-commerce 2017 diffuso da BEM Research dal titolo “Luci e ombre del commercio online in Italia”, sono emersi segnali di miglioramento in tale settore, anche se non così rilevanti da poter ancora parlare di significativi benefici per piccole e medie imprese nostrane. Il giro di affari del mercato italiano è tuttavia innegabilmente aumentato, stando ai dati del report in questione, passando dai 21 miliardi di euro del 2015 ai 26 miliardi del 2016. Un segnale incoraggiante, anche se c’è ancora molta strada da fare per raggiungere la posizione di stati come Germania, Francia o Spagna, che hanno fatto registrare quote di mercato ben più ampie di quella italiana, considerando la quota totale sul mercato europeo, con un valore stimato pari a 625 miliardi di euro (nel 2015 ammontava a 580 miliari di euro).

 

In questo scenario si inserisce l’indagine condotta dal portale di shopping on line ShopAlike, che nell’estate del 2017 ha contattato 100 negozi partner provenienti da 13 paesi europei per realizzare un sondaggio finalizzato a comprendere meglio non solo i principali fattori di sviluppo del settore, ma anche le tendenze e le opportunità legate al commercio elettronico nei mercati in cui tali negozi operano (ovvero moda, scarpe e tessili, mobili per la casa, bellezza, salute, wellness, gioielli, giocattoli, sport ed esterni).

 

Ne è emerso un generale senso di ottimismo e soddisfazione, con la maggior parte dei negozi che si sono dichiarati soddisfatti (31%) o moderatamente soddisfatti (56%) dello stato attuale del mercato dell’e-commerce nel loro paese, oltre ad essersi definiti anche ottimisti (52%) o abbastanza ottimisti (26%)  per ciò che riguarda il futuro del proprio mercato.

 

Non bisogna dimenticare, però, gli ostacoli che tendono a minare questo clima di positività. Per quanto riguarda il business in patria, ad esempio, la presenza di grandi player internazionali ed un contesto giuridico e fiscale sfavorevole sono stati riconosciuti come problemi più rilevanti. Dal lato consumatori, invece, sarebbero “la sicurezza dei pagamenti” e “la mancanza di contatto fisico con il prodotto” i principali responsabili della reticenza di una porzione di potenziali acquirenti.

 

 

Ma si può sempre contare sui cosiddetti Millennials (ovvero i nati tra il 1978 e l’anno 2000), il target favorito dei negozi on line data la supposta apertura mentale di questo genere di consumatori nei confronti del commercio elettronico, poco distante dal clima di innovazione costante in cui sono cresciuti. A loro sono dedicate strategie di comunicazione e promozione ben mirate, che ovviamente mettono i social media sul podio dei canali più utilizzati per raggiungere il pubblico (scelta espressa dall’86% dei negozi interpellati). Nello specifico, il 90% degli intervistati è presente su Facebook, il 76% su Instagram e il 41% su Twitter, con i social utilizzati anche come canali di direct marketing oppure come rinforzo del brand.

 

Interrogati su innovazione e strategie per l’immediato futuro, i negozi hanno dimostrato di avere le idee chiare. Fatta eccezione per una scarsa propensione a voler considerare i chatbots come importanti strumenti per la comunicazione con i clienti (37%), è stato espresso un quasi pari entusiasmo per ogni forma di strategia concessa dalle nuove tecnologie: dai metodi di pagamento innovativi (70%) alla presenza amplificata in diversi canali (70%), dall’uso dei big data (65%) alle nuove opzioni di consegna (64%).

 

Regolamentazioni troppo rigide o cambi di valuta non metterebbero troppo a rischio la possibilità di vendere anche al di fuori dei confini nazionali, secondo i dati emersi, mentre sembrano essere ancora irrisolte, per molti, le problematiche legate alla logistica di consegna e all’adattamento linguistico della piattaforma. Problemi, questi, non secondari quando l’intenzione è quella di operare a livello transfrontaliero, soprattutto in un contesto in cui il 16% dei negozi interpellati avverte la pressione di una forte concorrenza sui mercati esteri.

 

 

di Beatrice Moraldi

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