“Comunicare (bene) in rete”. Intervista all’autore Luca Garosi

“Comunicazione” oggi significa tutto e il contrario di tutto ma soprattutto, se non si applicano poche e buone regole per attuarla, non significa niente. Luca Garosi, giornalista, formatore e docente universitario, ci regala un manuale utilissimo e attualissimo, per comunicare nel modo migliore nel mare magnum e agitato del web. “Comunicare (bene) in rete” è una guida pratica e densa di spunti, lontana dall’approccio filosofico e poco concreto di alcuni libri sull’argomento, che vuole condurci al nocciolo del problema basandosi su imprescindibili assunti di base. Perchè essere esperti utilizzatori dei cosiddetti “tool” non basta per diventare buoni comunicatori: è necessario costruirsi una propria strategia, fissare un piano che identifichi obiettivi precisi e seguire le procedure per raggiungerli. 
Ci conduce in questo Garosi, che abbiamo avuto il piacere di intervistare vis a vis al trascorso Web Marketing Festival e che ci ha regalato la chiacchierata che segue. Buona lettura quindi, comunicatori.

Il settore della comunicazione è probabilmente quello che ha visto trasformare le proprie professioni nel modo più importante negli ultimi 10-15 anni. Cosa è cambiato da quando hai fatto il primo passo in questo affascinante mondo? Quali scenari prevedi per un futuro prossimo?

Il problema è che il processo di trasformazione ancora non si è concluso, è vero che negli ultimi 10-15 anni molte cose sono cambiate, ma ancora oggi non possiamo fare previsioni su quali saranno le figure professionali di questo settore. Nel mio libro traccio alcuni profili, ma non è detto che tra 10 anni esisteranno i “digital pr”, gli “influencer”, i “social media manager”. A proposito di tutte quelle figure professionali legate ai social nessuno dieci anni fa poteva prevedere una così ampia diffusione. Oggi tutti usano un social media editor: dal negozio di scarpe a conduzione familiare alla grande multinazionale. Quindici anni fa i social network nemmeno esistevano (ad esempio Facebook muove i primi passi nel 2004, ma solo dal 2006 è aperto a tutti coloro che hanno più di 13 anni).  Come molti altri sostengono, anche io non sono sicuro che i social network siano eterni. Anzi tra una decina di anni queste reti sociali che oggi sembrano insostituibili e imprescindibili, probabilmente, saranno diverse da come le conosciamo e potrebbero avere un uso meno importante rispetto a quello di oggi.

Scrivere libri per raccogliere e diffondere le proprie esperienze e competenze è, per un professionista, una tappa credo imprescindibile per raggiungere il vasto pubblico. E i numeri lo confermano. A quante ristampe è “Comunicare (bene) in rete”? Quale target di lettori maggiormente coinvolgi?

Mi piace ricordare un testo di Enzo Forcella, grande giornalista del secolo scorso, dal titolo “Millecinquecento lettori. Confessioni di un giornalista politico”. Il libro che fu pubblicato nel 1959 (e poi ristampato da Donzelli nel 2004) ha un attacco eccezionale: “Un giornalista politico, nel nostro paese, può contare su circa millecinquecento lettori: i ministri e i sottosegretari (tutti), i parlamentari (parte), i dirigenti di partito, sindacalisti, alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi informato. Il resto non conta, anche se il giornale vende trecentomila copie”. Nel mio piccolo spero di arrivare a “millecinquecento” lettori, ma tutti devono essere quelli giusti. Cioè devono essere tutti coloro per cui ho scritto il libro. L’ho pensato come un manuale, a tratti molto tecnico, perché destinato a chi vuol comunicare in rete. Fortunatamente ho superato la soglia di “millecinquecento”, ma non è quello che conta. Vorrei che ogni lettore alla fine del libro fosse soddisfatto di quello che ho scritto perché gli è stato utile. Il libro è scritto per le nuove generazioni sia la Y sia la Z, per dare loro strumenti utili per la crescita professionale e qualche cosa in più rispetto agli altri. Poi ho fatto molte presentazioni e ho visto che il libro è acquistato e letto da chi ha anche qualche anno in più rispetto ai Millennials e ai Centennials.  Mi fa piacere e mi sorprende. Comunque sicuramente si tratta di un pubblico specializzato e non sicuramente vasto. Il numero delle ristampe, poco conta, punto più alla qualità che alla quantità (comunque se proprio devo dirlo siamo già alla seconda ristampa).

Il vecchio giornalista non esiste quasi più, è una figura che si sta rapidamente evolvendo. Cosa cerchi di trasmettere, sin dalle prime lezioni, ai tuoi alunni della Scuola di Giornalismo di Perugia?

Come per la comunicazione, anche il giornalismo è in piena trasformazione. È difficile spiegare a giovani che intraprendono questa carriera che l’idea che hanno in mente non esiste in più. I giovani hanno un’immagine “conservatrice” di questa professione, sono affezionati al modello ottocentesco redazionale. Un modello raccontato da molti film, ma che ormai in realtà esiste in pochi casi. Molti di loro non avranno mai un editore, perché in Italia ce ne sono sempre di meno e quelli che ci sono tendono a investire molto meno che in passato. Far passare questa realtà è complicato, allora l’unica cosa da fare è quella di fornire strumenti utili per la professione in modo che – anche se sognano altro – saranno in grado di affrontare comunque le sfide di un mondo in profonda trasformazione. Anzi, cerco di dargli gli strumenti indispensabili a vincere le sfide di oggi. Il mio sogno è che qualche ex-allievo riesca a fondare una start-up nel mondo del giornalismo e grazie a quella diventi imprenditore di se stesso.

In sostanza, secondo te, meglio essere online ad ogni costo o è necessario esserci bene?

Il mio caro amico Riccardo Scandellari sottolinea come il personal branding sia inevitabile: o lo fai tu o te lo fanno. Ormai tutti siamo presenti online, lasciamo tracce. È meglio “governare” questo processo ed essere online in modo consapevole fornendo agli altri il nostro lato migliore. Ad esempio usando in modo professionale le foto dei nostri profili. Meglio se la foto dei profili social è sempre la stessa e se racconta qualcosa di noi. Così come la short bio che è presente nei profili: poche informazioni, ma fondamentali. Alcuni si vantano di non essere sui social, così nessuno sa niente di loro. In parte è vero, ma oggi non è possibile “nascondersi” in rete anche se non si è presenti sui social, soprattutto per chi fa un lavoro di rilevanza pubblica come il giornalista.

Il contenuto è ancora il re della comunicazione online?

Questa è una delle mie poche certezze. Sicuramente il contenuto è ancora il re, ecco perché la prima parte del mio libro è dedicata alla descrizione e alla preparazione dei contenuti che possono essere presenti in rete. In passato si è pensato che bastasse il contenuto testuale, pensando di mettere online quello già pubblicato sulla testata cartacea, pubblicando – al massimo – una foto accanto al testo.  In realtà il contenuto per la rete deve essere multimediale: nella stessa pagina web devono convivere testo, immagini, audio e video. Tutti pensati per la rete. Capito questo bisogna anche ascoltare  Jonathan Perelman che qualche anno fa diceva: “Content is King, but distribution is Queen”. Come dicevo prima, occorre saper diffondere un contenuto in rete e oggi gli strumenti principali sono proprio i social media.

Dove troviamo “Comunicare (bene) in rete”?

Nelle migliori librerie! Sono sorpreso quando mi contattano su Linkedin e mi dicono che hanno trovato il mio testo in libreria e lo hanno acquistato. Se qualcuno è amante degli acquisti in rete è disponibile su tutti gli store online, ma proprio su tutti sia quelli specializzati in libri sia quelli più generalisti. Lancio un appello: se qualcuno ha comprato il mio libro sul web può fare una recensione? Sarebbe bello avere dei feed back dai lettori anche su queste piattaforme.

Perché hai scelto di pubblicare con “Dario Flaccovio Editore”?

Perché avevo letto molti dei libri della collana WebBook di questa casa editrice e li avevo trovati diversi da tutti gli altri. Ogni volta che leggevo un libro della collana mi dicevo: “Se scrivo un libro, lo faccio con loro”. Mi piace molto il taglio operativo, molto pratico di questi testi e molto spesso si trovano casi studi che vanno a confermare le “teorie” esposte. Insomma, sono entrato in una famiglia professionale, tanto che sto preparando un secondo libro. Naturalmente lo pubblicherò sempre con loro.

 

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