Big Data e Intelligenza Artificiale made in Italy

Anche le imprese italiane sono pronte a dare ai Big Data e all’Intelligenza Artificiale una posizione di tutto rispetto all’interno del proprio modello di business: a confermare questa tendenza ci ha pensato il report I-Com dal titolo “Verso l’Isola del tesoro. Le rotte dei consumatori tra protezione e mercato e la mappa della regolazione”, che ha mostrato luci e ombre legate all’utilizzo dei canali digitali da parte delle aziende e dei consumatori nostrani ed ha fornito una descrizione sul grado di digitalizzazione dei mercati consumer, focalizzando l’attenzione su Big Data/Intelligenza Artificiale e cybersecurity.

 

Cosa ne è emerso? Un quadro interessante che mostra opportunità e limiti di una trasformazione già in atto nel nostro Paese, in cui circa un terzo delle grandi imprese (il 37%) prevede di aumentare almeno del 50%, nel corso dei prossimi 3 anni, le risorse umane e finanziarie specificatamente destinate ai big data.

Non solo: stando ai dati offerti dall’indagine in questione, il 59% delle aziende interpellate (ovvero 42, con il 74% del campione composto da grandi imprese) si dichiara favorevole all’adozione di sistemi di intelligenza artificiale. Per il 37% degli intervistati, ad esempio, potrebbe essere un ottimo metodo per potenziare i propri sistemi di customer care, anche se il 46% del campione, al momento dell’intervista, ha ammesso di non aver ancora in funzione alcun dispositivo di AI.

 

Tra i fattori che rallenterebbero un reale cambiamento, in questo senso, sono da evidenziare le perplessità nei confronti di alcuni aspetti legati all’uso dell’AI: il 22% delle aziende ha espresso i propri timori verso il regime di responsabilità civile e penale, mentre il 19% teme la protezione dei dati personali, senza considerare le questioni di natura etica, che frenerebbero il 17% del campione.

 

Più entusiasmo, invece, è stato dimostrato nei confronti dei chat-bot, utilizzati nel 33% dei casi, pur trattandosi di uno strumento che sembra non essere particolarmente popolare tra i consumatori. Secondo il rapporto I-Com, infatti, lo strumento digitale principalmente usato dai clienti per rapportarsi con le aziende rimane il sito internet (51%), seguito da mobile/smartphone (25%) e social media (12%), mentre i chat-bot si fermano al 5%.

 

Per le imprese intervistate, provenienti da settori diversi che spaziano dal commercio e GDO alle assicurazioni e banche, passando per ICT e Internet, Tlc e media, ma anche trasporti, carburanti o servizi idrici, ci sarebbero anche altri fattori che ostacolerebbero il reale decollo dei canali digitali, come le inerzie culturali e le resistenze al cambiamento (78%), oltre agli inevitabili costi di sviluppo e gestione (41%).

 

“Continua a preoccupare l’immaturità dell’Italia nell’utilizzo dei servizi digitali”, ha dichiarato Stefano da Empoli, presidente di I-Com e curatore dello studio in questione insieme a Silvia Compagnucci, Direttore Area Comunicazioni di I-Com.  “Per stare al passo con il resto d’Europa”, ha spiegato Empoli, “è necessario continuare a investire sulle infrastrutture, in particolare sulla fibra ottica e sul 5G, ma anche a promuovere l’alfabetizzazione informatica e la domanda da parte dei consumatori. In questo processo di maturazione, un forte contributo può essere offerto dalla Pubblica Amministrazione e dalla digitalizzazione dei suoi servizi, con un switch off di almeno alcune delle modalità attuali di accesso fisico”.

 

Tuttavia non sono mancati segnali incoraggianti negli ultimi anni, con un significativo calo della percentuale dei consumatori preoccupati per i possibili rischi dello shopping on line: un calo di ben 19,4 punti percentuale rispetto al 2010, dato reso ancora più importante dal fatto che in Italia il problema della sicurezza informatica in passato ha frenato la crescita degli acquisti sul Web più di quanto abbia fatto in molti altri mercati europei.

Questo è stato il motivo che ha spinto le imprese italiane a prestare un’attenzione particolare al tema della cybersecurity. Non a caso, nel 2015, il 42,9% delle aziende risultava aver formalizzato una politica di sicurezza informatica, facendo registrare così una percentuale maggiore rispetto al 2010 (29,4%) e rispetto alla media europea (31,6%), anche se la rilevanza dell’argomento spinge a cercare di ottenere ancora qualcosa di più.

Possibili linee guida da seguire nel prossimo futuro sono state indicate da Silvia Compagnucci: “Occorre ancora lavorare a livello Ue e italiano, per un’effettiva politica comune di ciberdifesa europea, attraverso la messa a sistema delle migliori esperienze provenienti dagli Stati membri e dai relativi centri di studio e ricerca. Vanno messi a disposizione maggiori fondi per l’incremento del sistema di sicurezza cibernetica europea. L’implementazione dell’IA deve essere accompagnata da una riflessione attenta su privacy, sicurezza e protezione dei dati personali, attraverso la creazione di un sistema che consenta, in maniera trasparente, di far capire le enormi potenzialità dell’IA, che porti a scelte basate sul consenso e che sia infine capace di minimizzare le asimmetrie informative”.

 

 

di Beatrice Moraldi

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *