“Assumiamo noi tutti i moovers”. Intervista al Ceo di Moovenda, Simone Ridolfi

Il Ceo della prima startup italiana di food delivery ha, giorni fa, attirato l’attenzione di opinione pubblica e giornalisti con un’affermazione coraggiosa e non meramente provocatoria: “Assumeremo noi tutti i fattorini licenziati!”. Simone Ridolfi, giovane founder della giovane Moovenda, si indigna al ricatto delle multinazionali, lotta per cancellare il pagamento a cottimo e incontra -insieme agli altri big player del settore- il Ministro Di Maio per stilare una regolamentazione che ad oggi manca.
Startup Magazine lo incontra per capire bene gli scenari futuri di quello che, nel mondo delle app e delle startup, è un ambito che va sempre più sviluppandosi (le consegne di pasti a domicilio) e, nella lista di lavori da studente per “arrotondare”, un opzione molto gettonata.

Dopo tre anni dalla fondazione avete raccolto investimenti per circa 2 milioni di €, coperto -oltre Roma- anche Torino, Cagliari, Napoli, Viterbo e Cosenza, assunto circa 350 persone (tra riders e impiegati) e inglobato circa mille ristoranti nella rete. Quali sono state le 3 migliori mosse vincenti che hanno portato a tutto questo?
E’ un percorso iniziato con tanto entusiasmo ed un pizzico di incoscienza, elementi fondamentali per una startup. Tuttavia arriva il momento in cui bisogna fare quel salto di qualità ed aggiungere professionalità, abbiamo studiato tanto, abbiamo inserito in organico profili senior ed abbiamo dato la possibilità ai nostri dipendenti di crescere e di formarsi. Prendo ad esempio Eleonora, la nostra prima dipendente, che ha cominciato con tanta umiltà ed entusiasmo, anche portando da mangiare quando serviva, oggi dopo quasi tre anni è la nostra responsabile Marketing di cui siamo soddisfatti ed orgogliosi. La nostra mossa segreta è stata credere nelle persone, nel nostro team. Nel momento in cui potevamo aver paura di diventare “grandi”, abbiamo avuto il coraggio di farlo, abbiamo investito nella persone.

In cosa principalmente differisce l’organizzazione di Moovenda dai big competitors?
Tutto parte da “Brian”, il nostro algoritmo logistico brevettato che ci permette di consegnare senza limiti di distanza e di avere grandi vantaggi sotto ogni punto di vista. Innanzitutto i Clienti possono scegliere tra tutti i ristoranti presenti sul nostro sito, e questo vantaggio non è di poco conto non solo per l’ampiezza della scelta ma anche e soprattutto per chi ha restrizioni alimentari, come ad esempio per i celiaci. I ristoratori, dal canto loro, hanno la possibilità di far conoscere i propri piatti anche al di fuori della loro zona di appartenenza. E poi c’è la questione dei rider, anzi dei “moover” nel nostro caso, che sono i primi che beneficiano del nostro sistema logistico che rende equa la mole di lavoro e non crea conflitti interni.
 
A quali gravi problemi porta il contratto a cottimo e come evitarlo?
Principalmente crea competitività tra persone che lavorano molto spesso su due ruote, con i pericoli che ne derivano. Lavorare ed essere retribuiti è un diritto di tutti, non un privilegio. Il nostro sistema è equo, paghiamo tutti e facciamo lavorare tutti allo stesso modo e li tuteliamo con dei contratti veri e propri, con Inps ed Inail versati.
 
Gestire i turni con un algoritmo si è visto essere deleterio per il dipendente e l’efficenza aziendale in generale. Anche nel mondo iper tech delle app occorre saper definire i limiti delle macchine e affidarsi all’abilità umana? 
Assolutamente sì, il nostro algoritmo gestisce l’efficienza logistica della nostra azienda ma è costantemente supervisionato da nostri tecnici che possono intervenire ogni qual volta lo ritengano necessario. Nonostante il progresso tecnologico, l’elemento umano è ancora fondamentale ed è uno dei principi cardine di Moovenda.
Cosa è emerso con il secondo incontro con il Ministro Di Maio? Quanti e chi i seduti alla tavola delle discussioni? Consideriamo definitiva la Carta dei Valori del food delivery che ne verrà fuori?
Il Ministro si sta impegnando in maniera costruttiva per creare una normativa equa per i lavoratori ma che non penalizzi le aziende. Oltre a noi c’erano i player più rappresentativi del settore. E’ stata occasione di confronto anche tra di noi, da quel momento abbiamo deciso di stilare la Carta dei Valori alla quale hanno aderito, oltre a Foodora, le altre principali realtà italiane del food delivery. Speriamo possa essere di ispirazione ed un punto di partenza per tutti, serve collaborazione da parte di tutti.
 
Un’affermazione coraggiosa, Simone, quella rilasciata alla stampa lo scorso 26 giugno: “Siamo disposti ad assumere tutti i rider nel caso in cui le multinazionali abbandonino il mercato. E allo stesso modo dico a tutti i ristoranti che vogliono continuare il servizio di delivery che siamo disposti ad accoglierli nella nostra piattaforma. Il mercato italiano non ha bisogno delle multinazionali”. Ha smussato la sua posizione? O ribadito il concetto?
Non era una mera provocazione, di fatto attualmente alcune piattaforme sono avvantaggiate dal vuoto normativo a discapito dei lavoratori in primis, ma anche nei nostri confronti. E’ ovvio che il Governo stia cercando una soluzione che sia sostenibile per tutti ed è giusto che le regole valgano per tutti, se a qualcuno non piace che la materia venga regolata nessuno lo trattiene. Sappiamo fare il nostro lavoro e possiamo benissimo assorbire nuovi partner e nuovi moover.

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