Art Spa, la tecnologia più avanzata nel verde dell’Umbria

 

In un ramo del lago Trasimeno vi si è annidata una delle aziende più innovative e tecnologicamente avanzate del mondo, che ha fatto di questo luogo, da dieci anni almeno, la Silicon Valley dell’Umbria. La Art Spa, è sorta nel 2008 per volontà del socio fondatore Giancarlo Luigetti, il manager, nato a Castiglione del Lago, che dopo aver collaborato per quattro decenni con la Magneti Marelli, dalle prime esperienze in Formula 1 ad oggi, ha scelto il borgo lacustre per insediarci un laboratorio all’avanguardia.
La Art sorge all’interno di una Settecentesca tenuta, il Pischiello, a Passignano. Un posto magico, evocativo, che infonde pace e serenità.
Qui la Art, con i suoi cento ingegneri, si è specializzata in sistemi di acquisizione, trasmissione, memorizzazione e visualizzazione dati. Un’azienda giovane, piccola, ma capace di sfidare dal cuore dell’Umbria i colossi del settore in cui opera, realizzando componenti elettroniche per auto di alta gamma, per treni e perfino per veicoli satellitari, collaborando con la Razzo Vega dell’Agenzia Spaziale Europea.

Qui fra le altre cose vengono messi in pratica anche i dispositivi che ci aiutano a comunicare con le nostre vetture. Il bluetooth per il telefono, il navigatore, il soft dell’autoradio, il sistema di telecamere che aiuta a fare manovra, i sensori di parcheggi. Insomma tutti quegli accessori che stanno entrando nella vita di tutti i giorni e che sono destinati a mutare nel profondo comportamenti e abitudini.

Intervista a Giancarlo Luigetti, un ottantenne che non smette di vivere guardando avanti.

Presidente, perché in Umbria? Perché operare qui, in un territorio certo bello e per certi versi atavico, ma di certo non avvezzo a parlare la lingua del futuro?
«A noi ci avevano offerto ospitalità altre nazioni, fra queste una proposta molto interessante arrivò dall’Austria. Però, a prescindere dal fatto che io sono nato qui, la scelta è stata molto mirata. Abbiamo sette/otto università vicine. Perfino la Normale di Pisa. La materia prima ce la danno queste scuole di altissima specializzazione. Inoltre l’Umbria è anche la terra che più di tutte sta al centro della spiritualità. Sono convinto che avere fede significa anche credere in un mondo migliore e soprattutto nell’uomo, nella sua grandezza, nella sua purezza, nel divino che alberga in lui. E dunque, mentre fino a qualche tempo fa l’economia si poteva permettere di barare un po’ di più, e dunque privilegiare anche persone senza merito alcuno, ora, con il fatto che sono crollati i confini, si sono annullati gli spazi, le informazioni viaggiano in tempo reale, è chiaro che si deve puntare sempre più sull’eccellenza. Viviamo in un mondo dove conta essere originali, arrivare prima degli altri. E dunque, sono convinto, che per ottenere il massimo da ognuno occorre creare le condizioni adatte per farlo sentire bene e dargli così la possibilità di esprimersi al meglio».

Qual è la filosofia che contraddistingue questa azienda all’avanguardia e così ben radicata in un mondo per così dire “antico”?
«Bèh basti dire che la Art non è una fabbrica di cose, ma di persone. Qui l’obiettivo è quello di centrare certi obiettivi, con la consapevolezza che alla base di tutto c’è l’individuo, i suoi sogni, le sue passioni, la sua intelligenza e la sua creatività».

In effetti qui si respira un’aria familiare.
«Non è un caso che lavorare con noi significa entrare a far parte di un’azienda etica, con un’attenzione particolare alla persona prima che al dipendente, e con una forte cura alla qualità degli ambienti di lavoro. Un’azienda che si mette continuamente in discussione seguendo linee precise rivolte alla crescita generale e personale dei singoli individui che vi operano. Sfidiamo noi stessi per spingerci continuamente in avanti, a migliorarci, sempre con le porte aperte verso l’esterno, convinti che consapevolezza nelle proprie capacità e disponibilità al confronto, siano le strade migliori per crescere e innovarsi».

Chi è il suo mecenate, il suo punto di riferimento?
«Adriano Olivetti. Lui ha cambiato il modo di fare impresa, al punto da essere ancora oggi un esempio nel mondo. Lo ho conosciuto, non ho avuto la fortuna di lavorarci insieme, ma rimane per me un maestro di pensiero e di vita. Olivetti ha avuto il coraggio di parlare di marketing, di vision. Il primo a mettere al centro di tutto la persona umana. Quando ha realizzato lo stabilimento in Campania vi ha portato il meglio di Ivrea. Aggiungendovi in più la bellezza di un posto unico, la magnificenza del golfo di Napoli».

Presidente cosa le dà la spinta per continuare ad andare avanti e stare sempre in prima linea?
«Probabilmente sono affetto da una grande curiosità maniacale che non accenna a diminuire con gli anni, anzi. Forse questa voglia di conoscere, di comprendere, di capire, sta proprio nel mio dna. Ricordo che in Fiat, alle riunioni annuali dei dirigenti, vedevo arrivare gli ex direttori in pensione con il bastone, e anche molto malandati. E io che mi dicevo: “non è possibile finire così!”. Questa immagine mi ha sempre spinto a fare, a pensare a nuovi progetti, a non fermarmi mai.
Ho ottanta anni e ancora non so se redigere un diario delle cose fatte o un elenco delle cose nuove da realizzare. Il papà novantenne di un mio socio ama ripetere: “Io non mi sento vecchio, perché ho tanti progetti da portare avanti”. Credo che la cosa più importante sia continuare a coltivarsi come creature pensanti, certo consapevoli del proprio ruolo e dei propri limiti. Ma stare in mezzo ai giovani aiuta, perché con le nuove generazioni avviene un interscambio vitale. Loro hanno energie, creatività, intraprendenza, e la persona più adulta diventa a sua volta una guida, un testimone».

La Art ha passato anche dei momenti difficili?
«Sì, gli anni 2014-2015 sono stati terribili. Abbiamo rimesso milioni di euro. La nostra forza è stata quella di non licenziare, di non mettere in cassa integrazione gli ingegneri.
Oggi siamo una squadra, una famiglia, che lavora per un unico obiettivo. Il mercato è sempre più selettivo e va da sé che le aziende vanno avanti se possono contare su delle eccellenze. Ma per arrivare al top occorre creare le condizioni giuste per far sì che chi è chiamato a dare il massimo dell’impegno non si senta gravato da oneri e pesi accessori. Il fatto di aver lavorato per la Formula 1 e per le grandi case automobilistiche, mi ha insegnato che non si corre per partecipare, ma per vincere, e soprattutto che i risultati migliori si ottengono quando si crea un team che lavora concentrato sul traguardo da tagliare e non pensa ad altro».

Come si è superata la crisi?
«Facendo progetti, mettendo in bilancio tante idee. Siccome ci credevamo abbiamo sviluppato anche delle cose che ci sono servite di meno. Per esempio abbiamo impiegato molte energie sul cinema digitale, e una parte dei risultati ottenuti ci è servita per fare poi le riprese dello sgancio dei pirotecnici sui razzi che portavano i satelliti in orbita. Un’altra cosa che mi ha insegnato la Formula 1 è che tutto ciò che dà un vantaggio prima o poi dà un riscontro. Tutto ciò che è originale è importante. Le copie non servono».

In questa fase dell’economia in cui si parla di Impresa 4.0 sempre più si sta rivelando importante il fattore umano, inteso come straordinario valore aggiunto. È da lì che viene fuori poi il tesoro più importante.
«Il nostro obiettivo è stato appunto questo. Fornire gli strumenti adatti per sviluppare idee, per realizzare i propri sogni. Sono le persone al centro dello sviluppo. Oggi possiamo vantare un fatturato di 20 milioni di euro, un buon bilancio per una struttura nata dal nulla, ma l’obiettivo su cui stiamo puntando non è il profitto fine a se stesso, ma la possibilità di poter continuare ad assumere. Solo così diventiamo importanti».

Che ha significato lavorare in Umbria?
«Noi qui abbiamo investito 15 milioni di euro, da soli. Dimostrando che ci sono aziende che riescono ad emergere nonostante il posto dove sono collocate. Contano le idee, contano gli uomini. Questo è l’insegnamento che ho avuto dalla Formula 1 e dal contatto con straordinari personaggi. Tutti provavano un grande rispetto per i propri collaboratori. Penso a Lamborghini, a Romiti; ad un Enzo Ferrari così appassionato dei piloti che correvano per lui da vivere le stesse emozioni. C’era in tutti una così forte empatia che li portava a sentire fino in fondo perfino il battito dei loro cuori. E non è un caso che le grandi fabbriche le hanno fatte questi capitani d’industria. Quando sono scomparse le grandi figure le aziende hanno cominciato a soffrire».

Qual era il suo sogno da ragazzo?
«Andare in bicicletta. La nostra generazione aveva il mito di Coppi e Bartali. Comunque sia anche lì c’era la sfida. Mi è sempre piaciuto non essere mai secondo a nessuno».

Qual è adesso il suo desiderio più grande?
«Quello di arrivare ad una solidità economica tale da poter contare quanto prima su un team di 300 persone. A noi come azienda spetta il compito di creare le condizioni migliori per poter operare con serenità e pace. La creatività ha bisogno di crescere su un terreno fertile e non inquinato. E dunque spetta a noi farci carico dei problemi del mondo per lasciare libere le persone di dare voce e vita ai propri sogni».

 

 

di Francesco Castellini

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