Il concorrente di Google nascerà in Europa? Un report mostra le opportunità per le imprese più innovative

L’appuntamento del 2017 con Slush, annuale tech event con base ad Helsinki, ha dato modo non solo di presentare al mondo le idee più innovative del momento, ma anche di fare il punto sulle future occasioni di business in Europa. Se Al Gore nel suo “opening keynote” ha parlato dei cambiamenti climatici come importante possibilità di business, con gli imprenditori invitati a puntare sulla sostenibilità piuttosto che sulla ricerca di profitti a brevissimo termine, per la società europea di investimenti Atomico, invece, Slush è stata l’occasione giusta per presentare il report “State of European Tech”, accurata analisi dell’ecosistema tecnologico europeo.

 

Una relazione, questa, basata sull’analisi di talenti, flussi di capitale, tecnologie e regolamentazioni in Europa, un report che fa ben sperare per il futuro del Vecchio Continente. Tanto che c’è già chi parla della possibilità che una “nuova Google” possa nascondersi tra le startup europee, visto che proprio l’Europa sembra stia compiendo passi da gigante per abbattere gli ostacoli che finora hanno frenato lo sviluppo di imprese potenzialmente in grado di competere con colossi come “Big G” o Amazon.

 

Numerosi centri tecnologici sarebbero sorti nelle grandi città, secondo il report in questione, anche grazie a considerevoli finanziamenti e al lavoro di imprenditori e talenti emergenti capaci di operare in un clima normativo che negli ultimi anni è andato a migliorare. Le imprese tecnologiche europee sono state in grado di attrarre 19 miliardi di dollari, superando così i 14,5 miliardi del 2016, e il merito sarebbe da rintracciare anche nell’incremento dei grandi round. Basti pensare che sono stati più di 50 quelli che hanno superato i 50 milioni di dollari, battendo così il “record” del 2015, in cui sono stati totalizzati 43 round di questo tipo.

 

Anche gli investitori extra-continentali hanno avuto un ruolo fondamentale in tutto questo, con più di 200 fondi statunitensi che hanno puntato sull’Europa (una cifra raddoppiata rispetto a quanto registrato 5 anni fa) e con l’Asia che ha contribuito a modo suo attraverso investimenti pari a 1,8 miliardi di dollari.

 

“La probabilità che la prossima azienda che definisca il settore tecnologico possa venire dall’Europa e diventare una delle aziende più preziose al mondo non è mai stata più alta”, ha dichiarato Tom Wehmeier, responsabile della ricerca di Atomico e autore della relazione. Quasi a voler confermare queste parole, venture capitalist e imprenditori europei, come riportato dall’agenzia Reuters, hanno recentemente dichiarato di avere sempre più fiducia nel fatto che le prossime aziende di livello mondiale potrebbero emergere proprio in Europa, probabilmente tra settori come l’intelligenza artificiale, i videogiochi, la musica o la messaggistica.

 

Anche se le più grandi imprese tech rimangono sempre di minore dimensione rispetto ai principali concorrenti statunitensi o asiatici, il caso della svedese Spotify, diventata leader mondiale dello streaming musicale, rimane il simbolo della crescente ambizione degli imprenditori europei. Basti pensare che la stessa Spotify, partita nel 2008 per iniziativa di una startup, si sta ora preparando per il suo ingresso nel mercato azionario e il prossimo anno potrebbe essere valutata 20 miliardi di dollari.

 

Il rapporto afferma inoltre che le compagnie tecnologiche quotate hanno guadagnato, in media, un quarto del proprio valore rispetto al loro esordio e che sono 41 le società con una valutazione che supera il miliardo di dollari. Ma oltre alla disponibilità di finanziamenti, l’Europa può contare anche sulla presenza di talenti disposti a lavorare nel settore della tecnologia a costi inferiori rispetto a quelli riscontrati, ad esempio, nella celebre Silicon Valley. Cosa che consente alle startup di poter puntare anche a finanziamenti minori.

 

Secondo quanto riportato da Stack Overflow, una delle maggiori community on line per programmatori, l’occupazione tecnologica europea può contare su circa 5,5 milioni di sviluppatori professionisti, superando in questo modo gli equivalenti 4,4 milioni di impiegati negli Stati Uniti.

Gli ostacoli, tuttavia, rimangono. L’indagine condotta dagli autori su 1000 founders evidenzia che molti imprenditori europei hanno vissuto con grande preoccupazione la notizia della Brexit, tanto per cominciare, soprattutto per quanto riguarda assunzioni e investimenti in Inghilterra.

Non solo: anche se l’Europa può contare su un rilevante talento ingegneristico, molte grandi startup concentrano ancora il proprio modello di business sull’innovazione in settori come i media, la vendita al dettaglio o il gaming piuttosto che sullo sviluppo di tecnologie davvero rivoluzionarie che possano far nascere nuove industrie, senza contare i quadri normativi europei che frenerebbero lo sviluppo di tecnologie promettenti come le criptovalute o la modifica genetica, ostacolando in maniera minore le aziende con focus su veicoli autonomi e droni.

 

In  questo quadro generale, in Italia c’è ancora molto su cui lavorare: ancora pochi gli investimenti (un centinaio di milioni nel 2017) e un ecosistema di venture capital che, da quanto emerge dal report, non rispecchia il potenziale nostrano, anche se gli investitori cominciano a puntare su settori trascurati fino a pochi anni fa. Il dato sugli investimenti in startup pro-capite, poi, è abbastanza chiaro: l’ammontare in Italia corrisponde a 3 dollari, con Israele in testa (304 dollari) seguita dagli Stati Uniti (246 dollari). I talenti che escono dai confini nazionali, inoltre, sono meno di quelli in arrivo: a livello internazionale, infatti, l’Italia attira circa il 2,8% dei lavoratori in ambito tech, mentre più del 5% degli specialisti italiani ha deciso di lasciare il Paese.

 

 

di Beatrice Moraldi

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